lunedì 30 novembre 2009

L'angelo (33)


Piangevano i piccini
perché avean fame,
non v'erano quattrini
per comperare il pane.

Il padre, poveretto,
perché nato era tale,
li strinse sul suo petto
nascondendo il suo male.

Era il vestio liso,
dagli anni logorato,
scarno e rugoso il viso
più degli anni invecchiato.

Gli occhi stanchi affossati
profondi ma sinceri,
anche se or velati
dai più cupi pensieri.

Come implorar volesse
si volse verso il cielo
perch'ei giustificasse
il fattor di tanto gelo.

-Perché nessuna fiamma
per me deve brillare?
e questi senza mamma
come potrò scaldare? -

Dal ciel nessun rispose
e il padre, poveretto,
pensò: -Fra tante cose
almeno abbiamo un tetto!-

Ma c'era pur l'affitto
che si dovea pagare,
e, tosto un dì lo sfratto
si videro arrivare.

Un angelo leggero
allor dal cielo scese
e, con dolce mistero
i bimbi con se prese.

Il padre allor rivide
nell'angelo quel viso
che tanto amor gli diede
ma morte avea diviso.

- Tu, che di me eri luce,
Tu che m'hai tanto amato,
porta anche a me la pace
che da tempo hai trovato! -

Allor come d'incanto
l'angelo, dei bimbi madre,
commosso da quel pianto
seco portò anche il padre.

anni 70
da: Vita e Lavoro








L'inquinamento (32)


Dall'inquinamento
non si salva più niente,
in ogni momento
ogni cosa lo sente.

Ricordo una spiaggia
bianca come il sale,
la natura selvaggia
patria d'ogni animale;

vischioso catrame
nella sabbia s'è sciolto,
un immondo ciarpame
ha la spiaggia sconvolto.

Le pinete, le selve
dolosamente han bruciato,
poi son giunte le belve
del cemento colato.

Ricordo di fiumi
limpidi, trasparenti,
son ridotti lerciumi
putridi e fetenti.

I cavedoni, i barbi
noi s'andava a pescare,
ora è troppo tardi
per poterli salvare.

Celebri monumenti
c'han vissuto millenni
ora sono cadenti
per lo smog di decenni.

Azzurro era il mare,
verde era il prato
ora anche l'amore
è impuro, è inquinato.

Tossiche son le nubi,
non innaffian più l'orto,
se bocca e naso non chiudi
posson trovarti morto.

La televisione
t'inquina il cervello,
riduce la ragione
un eterno carosello.

S'inquinano le prove,
si copre ogni reato,
specialmente là, dove
colpir si vuol lo stato.

Lo chiamano benessere,
lo chiamano progresso,
si sta forse per tessere
l'apocalittico decesso.

da: Vita e Lavoro




L'energia uomo (31)


Sta diventando una mania
questa storia dell'energia;
problemi, programmi, proposte,
migliaia e contrastanti risposte,
chi invoca l'energia nucleare,
chi la teme e la vuole eliminare,
indicendo un referendum popolare,
chi risolve tutto col solare,
chi cerca forme alternative
nel mare nel vento vede prospettive,
chi ciancia, chi blatera, chi ciarla,
in tutto il mondo se ne parla.


Politici, scienziati, professori,
nessuno ci si può tirare fuori,
chi spera, chi vede tutto nero,
chi fa speculazioni, chi è sincero,
ma nella confusione generale
ci scordiamo l'energia principale;
l'uomo e l'energia che possiede,
l'uomo ecco ciò che non si vede.


Quante terre senza braccianti
potrebbero essere fiorenti,
si lasciano andare alla malora
mentre tanta gente non lavora.


Gente in lista di collocamento,
gli anni migliori buttati nel vento,
si sprecano miliardi in assistenza,
false pensioni, finte provvidenze,
non si creano posti di lavoro
perché la plebe non abbia decoro,
la ristrutturazione degli impianti
elimina le braccia esuberanti,
in nome del più libero profitto
si calpesta l'umano diritto
di dare a chi lo cerca un lavoro
perché abbia dignità e decoro.


Mancano case, ospedali, scuole,
ma non trova lavoro chi lo vuole,
Paradisi artificiali sono nati,
ultima spiaggia per emarginati,
terrorismo imperversa in tutto il mondo
ma non s'affronta il problema di fondo;
sono ancora minuscole eruzioni
ma presagiscono terribili esplosioni.


L'uomo è un vulcano da non soffocare,
la sua energia non sottovalutare.


Primi anni 80


da: Vita e Lavoro.









Morti di Piazza Fontana (30)

12 dicembre 2009 quarant'anni dalla prima "strage di stato" alla banca dell'agricoltura in Piazza Fontana a Milano; Ancora si aspetta giustizia per i 16 morti.

Morti di Piazza Fontana
non sarà una giustizia puttana
a togliervi dalla storia;
il popolo ha buona memoria.

Le belve feroci fan festa,
ma quand'è che l'Italia s'è desta?
Mia patria si bella e perduta
ancora ti hanno venduta.

Della speme ha spento il faro
la sentenza di Catanzaro,
ha gettato l'amaro sconcerto
e di nuovo il baratro aperto.

Hanno prima fatto il disastro,
poi, creato a proposito il mostro,
la gente non si è fatta accecare,
la trama ha saputo smascherare.

Generali, ministri, assassini,
ci han giocati come burattini,
qualcheduno è caduto di sotto,
fino a che il teatro s'è rotto.

Si credeva che la sceneggiata
questa volta si fosse cambiata,
abbiam visto per testimoniare
generali e ministri passare.

L'arroganza dei militari,
l'imbarazzo dei parlamentari,
chi parlava, chi denunciava,
e chi invece non ricordava.

Il coraggio di giudici veri
oramai è ricordo di ieri,
Giannettini, Freda, Ventura,
a parecchi mettevan paura.
Per Pisciotta bastò un caffè,
qui, dovevano essere tre.

Han colpito Milano, Bologna,
han svegliato l'Italia che sogna
un paese più giusto, più bello,
dell'Italicus hanno fatto un macello.
Certo ormai che il potere lo appoggia
è l'atroce assassin della Loggia.

Han colpito da dentro lo stato,
per fortuna non tutto è giovato,
se il popolo ha tanta pazienza
questa volta s'è presa coscienza
che non deve mai chiudere gli occhi
e da solo schiacciarsi i pidocchi.

Milano; La Loggia; Bologna;
sapremo lavar la vergogna?
Che diranno i posteri un dì
se tutto finisce così??

Aprile 1981 (la grande delusione)

da:Vita e Lavoro.






Al pensinato (29)


Sono vecchio, sono pensionato,
in vita mia ho sempre lavorato,
la società ben bene mi ha spremuto
e or mi getta, come fossi rifiuto.

A certi danno la medaglia d'oro
dopo quarant'anni di lavoro
svolto in uffici ben condizionati,
senza fatica e sempre ben pagati.

Ho conosciuto la fatica vera,
il carbone ho rubato alla miniera,
per molti giorni non ho visto il sole
e da allora la schiena mi duole.

La fabbrica era per me un miraggio,
finché conobbi la catena di montaggio,
per anni a far sempre le stesse cose,
monotone, snervanti e noiose.

Poi, per le idee fui emarginato
e, al momento buono licenziato.
La famiglia doveva pur mangiare
e bene o male mi seppi arrangiare,
onestamente sempre, lavorando,
sempre se capitava, come e quando.

Ho fatto il manovale ai muratori,
son stato al porto cogli scaricatori,
alla stagione andavo a trebbiare,
a tagliare la legna, a vendemmiare.

Non c'è mestiere che non abba fatto,
in regola o no con il contratto,
ora mi dan la minima pensione
e per riscuoterla è una disperazione.

Per ore allo sportello te ne stai
e l'impieato non ti chiama mai,
quando ti chiama, finalmente,
dice: ritorna, oggi non c'è niente!

Il mondo corre, tutto va di fretta,
nessun ci vede, nessuno ci rispetta,
eppure gli agi, i diritti conquistati,
siamo noi vecchi che li abbiam sudati.

Non mi rimane che l'ultimo biglietto,
speriamo che il treno sia diretto,
non pretendo sia di prima classe
ma vorrei che ogni tanto si fermasse
e, lentamente giungesse, quando è ora,
senza sobbalzi all'ultima dimora.

Non correte, non abbiate fretta,
questo è un treno che ciascuno aspetta,
non salite mai sul rapido perché
per ritornare un altro non ce n'è.

primi anni 80

a: Vita e Lavoro.





domenica 29 novembre 2009

Storia vera di "casa" mia(28)

Case IACP via Singen consegnate ad aprile 1982

L'appartamento? Due vani più cucina,
la camera è quattro per quattro,
la sala invece è tanto piccolina
che se c'è il tavolo non puoi metterci il letto.
O vengo a raccontarvi una storiella
che rider vi farà...ma non è bella.

Feci domanda alle case popolari,
avevo un solo figlio in quel momento,
crebbero subito gli assegni familiari
e mi affrettai a far l'aggiornamento.
Passaron cinque anni quando un dì
la prima graduatoria fuori uscì.

Ottenni quattro punti solamente,
tre per il reddito perché era basso,
uno per il maschio, per la bambina niente,
per aver casa ci mancava un passo.
Con cinque punti ci sarei entrato
allor feci ricorso difilato.

Peccato, Peccato veramente,
mi disse nell'ufficio l'impiegato,
avesse un altro figlio solamente
l'appartamento avrebbe pigliato!
Allor risposi: Facciamo il contratto
perché non siamo in tre ma siamo quattro.

Lei ha ragione, ma in questo momento
dobbiam contar solo il settantaquattro,
quest'altra volta sarà l'affollamento
porti pazienza che lo farà il contratto.
Mentre parlavo i furbi e i prepotenti,
si occuparono cento appartamenti.

Dicevano : Vedrai, li cacceranno!
Ma in Italia c'è la libertà,
sono due anni che ormai dentro stanno
e nessuno più li caccerà.
Così cento familie della lista
la casa loro non l'hanno mai vista.

E' uscita la nuova graduatoria,
ci son da dare duecento appartamenti,
e, dato che ho buona memoria
credevo d'essermi fatto più avanti.
Vado a vedere son sempre quattro punti,
tre li hanno tolti e tre me li hanno aggiunti.

Per la bambina mi han dato un punto in più,
poi due punti per l'affollamento,
ma il reddito è andato sù
perciò posso comprar l'appartameno.
Son sempre stato solo a lavorare,
e siamo quattro bocche da sfamare.

In casa abbiamo il letto alla rotonda,
da sette anni per andare a dormire
nessuno più può salir dalla sponda
e non si sà quando potrà finire.
Per fare all'amor, io e mia moglie,
spesso dobbiam farci passar le voglie.

Questo è il paese dei Caltagirone,
sol chi lavora non avrà mai niente,
rubano, falliscono, pagan la cauzione
di quattromila milioni solamente,
magari han cinquecento appartamenti
vai a vedere son nullatenenti.

Questo è il paese dei Sindona,
dei Riva, dei Verzotto, dei Crociani,
dei Tanassi dalla condotta buona,
gente che non si sporca mai le mani.
Gli operai son lerci, sono rozzi,
ma chi li vede questi quattro sozzi?

Per ottenere una casa popolare
devi abitare al massimo una stalla,
in famiglia nessun deve lavorare,
e dentro casa devi stare a galla.
Senza l'imbroglio allora capirai,
dentro la Gescal non ci s'entra mai.

Allor sbucano fuori i commercianti,
con gli artigiani che gli stanno a ruota,
non hanno un soldo per tirare avanti
hanno la saccoccia sempre vuota.
Basta guardare chi paga le tasse,
il salariato riempie le casse.

Poi c'è il profugo, il terremotato,
l'alluvionato, il raccomandato,
il baraccato, il disoccupato,
chi ha già casa però è fortunato,
se sei tra questi ottieni un buon punteggio,
ma in Italia c'è sempre chi sta peggio.

Si chiaman case pei lavoratori
ma con quattro punti dove vai?
hai sempre lavorato e resti fuori
e onestamente non vi entrerai mai.

L'Italia è fatta pei furbi e i delinquenti,
pei vagabondi, lavativi e incopetenti,
Chi lavora ed è persona onesta
può togliersi i grilli dalla testa.

Viva l'Italia, viva la libertà,
chi è furbo sempre tutto piglierà.

Primi anni 80
da: Vita e Lavoro















giovedì 26 novembre 2009

Lettera al sindacato (27)

Il compagno Luciano Lama, mitico segretario CGIL

Mio caro, vecchio sindacato,
io t'ho creduto, assieme abbiam lottato,
quante speranze, quante illusioni,
rosse e imponenti manifestazioni;
ora, non so, è cambiato qualcosa,
le bandiere son stinte, sono rosa,
gli striscioni hanno perso la tinta
e noi non abbiamo più la grinta.

Hai detto no allo straordinario
perché tutti sbarcassero il lunario
invece, cresce la disoccupazione,
le fabbriche ci chiudono il portone,
sì, quelle grosse han l'integrazione,
anzi, tanti si fan na posizione
andando da un'alta parte
a svolgere la propria arte,
mettiti un poco nei loro panni,
come fanno a poltrire tanti anni?

Sono stato con te sempre sincero
e ora faccio il lavoro nero,
capirai, ci son certe famiglie
lavoran padre, madre figli e figlie,
allora se io lavoro fino a notte
cosa vuoi far, mi vuoi dare le botte?
Picchia pure, le ossa son già rotte,
forse sarà per colpa delle lotte!...

Quanta gente ha sbattuto il bidone,
a tutti tu volevi dar ragione,
così si è fatto un solo minestrone.

Hai perduto la tua grossa occasione
di trasformare classe dirigente
il movimento più grosso d'occidente.

Hai avuto la forza di Sansone,
ora al governo tu gli dai ragione,
per esser ricevuto dagli dei
ora tu tratti coi giuda e i filistei;
sono gli stessi che ci han fregato,
gli stessi che t'hanno abbindolato,
che son capaci solo a far promesse,
e da vent'anni son sempre le stesse.

Tu mi drai che sono rinnegato,
fa come vuoi, son sempre tesserato,
io non temo la rivoluzione
ne mi fa pena togliere il padrone,
ma il lavoro è una cosa seria,
e chi non ha lavoro fa miseria.

La verità fa male, tu lo sai
ma devi pure dirla agli operai
e se non hai le prospettive chiare
sai che ti dico? Facci lavorare!

Come la penso io lo vuoi sapere?
sarà sbagliato ma son proposte vere.

Caro Lama, puoi essere unitario
con Scalia, con Sartori con Macario,
questi che dal governo tengon fuori
il gran partito dei lavoratori?
Ritorna a colorare le bandiere
e dalle in mano a chi le sa tenere.

Han tolto le feste per i troppi ponti,
ora si usano per far quadrare i conti,
ormai gli scioperi son diventati burla,
tra mutua e ferie chi li fa è un pirla.

Non temere, non essere preoccupato,
saremo noi il vero sindacato,
quegli altri ne saranno un surrogato
fatto da chi ormai ci ha abbandonato.

Ma lo voglion capir porca miseria,
che il sindacato è una cosa seria!!??

febbraio 1981
da : Vita e Lavoro









Lettera al pres. Pertini (26)


Volesse il ciel che mai giungesse l'ora
ma tu lo sai, bisogna un dì morire,
prego il tempo che ti preservi ancora
ed il mandato tuo possa finire.

M'inchino a te, compagno presidente,
sei stato il primo ad uscire dal tempio
per ascoltare la povera gente,
goccia di speme pur tra tanto scempio.

Quando mettesti il piede al Quirinale
qualcuno disse: -Ma sì! Tanto è vecchio!-
hai dimostrato che l'età non vale,
a quel qualcuno gli rode parecchio.

Sei sempre stato in prima persona
anche se stanco, nel bene o nel male,
a fianco dell'Italia tua, più buona,
con lo spirito giovane e gioviale.

Sei stato padre prima d'esser figlio
di questa Italia, i giovani lo sanno,
hai conosciuto galera ed esilio,
ma mai tu t'inchinasti al tiranno.

Se un potente ritenesti indegno
non accettasti d'essere ossequiato,
mai come ipocrita nascosto hai lo sdegno,
ma sempre schietto ti sei comportato.

Questa è una dote oramai sepolta
per chi il potere brama e poi conquista,
è più facile adeguarsi ogni volta
qualunque sia il vento oppur la pista.

Ti rivedo con Zangheri a Bologna
quando i ministri furono fischiati,
si scandalizzarono; vergogna!............Strage alla stazione
Di Catanzaro non si son scandalizzati..Processo Strage P.Fontana

Ti rivedo in mezzo alle macerie
del terremoto, prima dei soccorsi,
poi denunciar carenze e miserie
senza platonici o enfatici discorsi.

Ti rivedo nell'abbracciar le spose
o le madri dei tanti militari
spenti da chi fuori legge si pose,
d'oscure trame, crudeli sicari.

Più limpido ancora ti rivedo
marmoreo, la notte a Vermicino
nell'aspettare il piccolo Alfredo
con la speranza in cor sino al mattino.

Dall'emigrante tu ricevi ascolto
perché lo sai che sia essere tale,
dagli studenti tu sei bene accolto
perché tu mai li giudicasti male.

Questo popolo non si fa inquadrare,
sa battere le mani e sa fischiare,
sa esser giudice e sa lavorare,
se serve sa soffrire e sa lottare,
ma l'han guidato sempre dei governi
che mai per esso furon servitori,
ministri faccendieri, padreterni,
incompetenti o succubi ai signori.

Questi hanno sempre la solita arroganza,
abbian la camicia bianca o nera,
il loro sogno è bloccar a contingenza,
ruban miliardi e non vanno in galera.

Intanto chi fatica, chi lavora,
e mantenere deve una famiglia,
sognar non può d'avere una dimora
ciò che guadagna la società si piglia.

Popolo di santi e di scienziati,
di poeti e di navigtori,
ma pur di giovani che son disoccupati
e braman d'essere dei lavoratori.

I giovani che già la droga brucia,
in maggioranza sono ancora sani,
se non sapremo infondergli fiducia
saranno tanti a bruciare domani.

L'ultimo stadio del capitalismo
è la violenza che già tanti ne arruola,
deliquenza comune o terrorismo
diventeranno l'alternativa sola.

Io sono operaio, non son niente,
ma ciò che dico lo dicono tanti,
è mai possibile caro presidente
che siano sordi i nostri governanti?

Tu spronali che puoi, dagli una spinta,
non far che s'addormentan sugli allori,
fagli vedere che hai ancor la grinta;
saremo tutti tuoi sostenitori.

Luglio 1981
da: Vita e Lavoro






indice silloge N° 5; Il Bastone e la Carota

FAVOLE IN RIMA

INDICE

Il bastone e la carota....................15
L'attaccapanni..............................17
Il crepuscolo.................................18
Questa è libertà.............................25
Gli uomini sandwich......................19
Mia nonna......................................20
Cronaca di una lotta che fu.............21
Italia campione...............................24
Macerie fumanti.............................23
Il vento stanotte..............................22
La fraschetta del sor Marco.............16
C'è un'azienda.................................12
Siarco Natale 89...............................13
Siarco Natale 91................................14
Siarco Natale 88....fuori silloge ........11
Figlio mio.........(Versi in libertà)......12

Questa è libertà (25)


La casa! ? Beato chi ce l'ha!
M'han detto: La volete! Eccola qua!
Bastan trenta milioni che versate
il resto si faran comode rate;
solamente mezzo milione al mese
ed in vent'anni coprirà le spese.

Io, son rimasto come un baccalà!
Trenta milioni in tasca, chi ce l'ha?
Il bello che hanno detto all'agenzia:
E' un'occasione da non buttare via.

Dicono che come corre l'inflazione
i milioni non valgono un bidone;
sarà vero forse se tu ce li hai,
ma non per me che non li ho visti mai.

Lavori; Lavori; Lavori,
una lira non hai da tirar fuori,
certi hanno la villa ai monti, al mare,
non sanno cosa sia lavorare.

Mai hanno alzato in vita un mattone,
con una briscola si giocano un milione,
se tu chiedi : E' giustizia questa qua?
Ti rispondono: Questa è Libertà.

da: Il Bastone e la Carota.

Italia campione (24)


Silenzio di tomba,
un unico cuore che batte,
sudore che gronda,
è caldo ma fredda è la notte.

Si spera...Si teme e si spera:

Evviva! Evviva! Il rigore!
Nel vento sciogliam la bandiera!
Cabrini...ahimè che dolore!...

Silenzio glaciale ripiomba
ma l'italico cuor non dispera.

Suoniamo tre squilli di tromba!
Issiamo di più la bandiera!

D'azzurro s'è accesa la notte,
di Rossi è esplosa la bomba,
non siamo più i Donchisciotte,
Italia! Italia! Rimbomba.

C'è Zoff che perde la palla
ma non la ritrova il tedesco,
ancor la difesa non sballa
però bisogna far presto.

I giganti della Germania
non sanno fermare Tardelli,
sul verde tappeto di Spagna
gli azzurri sono ora più belli.

E' fatta, E' fatta davvero!
sul palco grida il presidente; ....Pres. Pertini
Son due e loro ne han zero,
non possono farci più nente!

La fiera tedesca è ferita
ma non vuol buttare la spugna,
rincorre ancor la partita
ma ecco Altobelli che segna.

La favola, il sogno s'avvera,
splendida sventolante sul pennone
bianca, rossa e verde è la bandiera,
l'Italia è del mondo il Campione.

Zoff, Gentile, Tardelli,
Scirea, Antognoni ed Oriali,
Collovati, Conti, Altobelli,
sono stati eccezionali;
Bergomi, Marini, Graziani,
il Paolo Rossi cannoniere
idolo degli italiani
ci hanno dato un immenso piacere.

12-07-1982 Mondiali di Spagna

da: Il Bastone e la Carota.

Macerie fumanti (23)

23-11-1980; terremoto dell'Irpinia

Quindici anni di sacrifici
sempre col pensiero di tornare,
lontano da parenti ed amici
esule, per lavorare,

Un solo pensiero nutrivi,
erigerti su quattro mura
ed ogni marco investivi
per la dimora futura.

La meta avevi raggiunto,
la casa tirata era su,
finita di tutto punto...
adesso non esiste più.

Pochi attimi, interminabili,
hanno quel sogno interrotto
fatto di rinunce impagabili;
in macerie fumanti ridotto.

Ti disperi, il destino è crudo,
ora piangi, non sai reagire,
come quando partisti sei nudo,
non hai forza, vorresti morire.

Su, coraggio fratello, combatti,
tu che sei l'Italia più vera,
fa con te che il sud si riscatti,
che il tuo sogno non torni chimera.

Cogli quell'occasione tremenda
per questi bambini sconvolti,
non restare a marcir nella tenda,
i morti sono ora sepolti.

Del disastro non coprire la piaga
imprecando il crudele destino,
il tuo spirito serva da draga
per aprirti di nuovo il cammino.

La mafia già arrota gli artigli,
la iena già tende l'agguato,
tranciamogli i tenaci appigli
creati nel tempo passato.

Dalle macerie fumanti,
orrenda tragedia immane
di mille ricordi infranti,
germogli nel cuore la speme.

Febbraio 1981; dopo il terremoto
dell'Irpinia avvenuto il 23-11-1980

da: Il Bastone e la Carota

mercoledì 25 novembre 2009

Il vento stanotte... (22)


Bologna, non sei più la sola,
il vento stanotte è passato,
le nuvole grige ha spazzato
e l'arcano dominio s'invola.


E' musica nuova che s'ode,
è aria di festa che spira,
ovunque lo sguardo si gira
si canta, si spera, si gode.


E' rossa l'aurora stamane
là, sulla riviera dei fiori,
è Genova coi suoi cantieri
che rossa ritorna e rimane.


Rossa, come il barbera
è anche la bella Torino,
con tutto il Piemonte vicino
già vive la nuova atmosfera.


Milano, la grande Milano
col duomo e la Madonnina
è rossa anche lei stamattina;
la nebbia ha spazzato lontano.


E poi c'è Venezia, la dolce
che specchia i merletti in laguna,
lo scudo crociato s'abbruna,
in alto rispecchia la falce.

Firenze non poteva mancare
a un simile appuntamento,
Fanfani può far testamento
e mettersi a pitturare.


Ma il vento non s'è ancor fermato,
è sceso fin giù dai borboni,
Napoli e i grossi papponi
dai Lauro ai Gava ha cacciato.


E tu Roma! Che fai? La sorniona?
Non senti anche tu primavera?
Non vieni a far festa stasera
insieme all'Italia più buona?

Lo so, non è tua la colpa,
a te t'han tenuta in disparte,
ma non cambieranno le carte
sarà per la prossima volta.

Novembre 1975; votazioni amministrative
massima espansioe del P.C.I all'epoca di Enrico Berlinguer

da: Il Bastone e la Carota





Cronaca di una lotta che fu (21)


Mi ricordo che ero delegato
al reparto di carpenteria,
la direzione disse: Ho sbagliato,
per quest'anno il premio vola via!

Disse che suo malgrado l'ingegnere
mentre l'accordo s'accingea a firmare
era distratto e non potè vedere
che noi lo si voleva abbindolare.

Mi sembrò strano che un dirigente
fosse ingannato da semplici operai,
ancora ne capivo poco e niente
però gjà dissi: Questi vogliono guai!

Qualcuno disse: - Andiam dall'avvocato!
il premio è nostro, ce lo devon dare,
quando un accordo è fatto, è firmato,
la legge non consente di sbagliare! -

Gli altri invece che erano di più:
- Se vogliono lo scontro, scontro sia,
questa volta bisogna dargli giù! -
E così fu, che lotta mamma mia.

Come sempre s'iniziò in sordina,
un'ora al giorno, sperando di far presto,
la tensione cresceva ogni mattina,
e ci accorgemmo poi che era un pretesto.

S'era forse girata la frittata?
La Gimac mise in cassaintegrazione,
la Stifer tirò fuori la serrata;
era il momento buono del padrone?

S'acuì lo scontro, crebbe la tensione,
la lotta cominciò a farsi dura,
non voleva trattar la direzione
qualcuno cominciò ad aver paura.

Un bel momento ecco la novità,
ai nuovi assunti, (cinquanta o giù di lì)
la ditta dice che il premio lo darà;
immagimate un po' come finì!?

Erano mesi ormai che si usciva
ogni giorno con ritmo crescente,
nessuna prospettiva si apriva,
la direzione facea l'indifferente.

Qualcun crollò, non ce la fece più,
erano quattro o cinque ai serramenti,
qualche capo allora saltò su,
voleva aggregarne almeno venti.

Chiamò un gruppo di operatori,
disse: -Se state dentro voi è fatta!-
Nessuno abboccò, vennero fuori,
l'unità rimase quasi intatta.

Fu un pomeriggio, eran forse le tre,
al momento di uscire a scioperare
un compagno corse verso d me,
disse: -Il ragazzo nuovo sta a saldare!-

Ecco allora i più scalmanati
saltare in aria; -Su! Tutti in corteo!-
Subito in gruppo, dietro i delegati
per gridare la rabbia in faccia al reo.

La rabbia era tanta e qualche insulto
venne rivolto al povero ragazzo
che nel veder quell'orda sbiancò in volto,
e reagì come se fosse pazzo.

Con lo sgabello in aria - A chi lo tiro?-
gridava come fosse forsennato,
qualcuno continuò a prenderlo in giro,
svenne il ragazzo poi, cadde stremato.

Alcuni risero, a me faceva pena,
il corteo continuò la sua sfilata,
un che contava vista avea la scena,
che conclusione avrebbe maturata?

Venne allora chi alzava il polverone,
parlò di bàratri, ci chiamò banditi,
finché un giorno prese uno sberlone,
da quel momento tutti furono avvertiti.

Gli impiegati, (non tutti si capisce)
solenne voto fecer di carità.
-Ciò che avremo, basta che si finisce
agli orfanelli lo si devolverà!-

Come chi fa il peccato, si confessa
e dopo quando esce lo rifà,
gli orfanelli son vecchi e la promessa
non sanno ancora se si manterrà.

Già la ditta ci aveva denunciati
per lotta anti costituzionale,
la invitammo a trattar coi sindacati
all'ufficio del lavoro regionale.

Anche qui creò tentennamenti
ormai sicura d'averci spremuti,
portammo a Roma i più diffidenti
i loro dubbi vennero chiariti.

Non eravamo noi a non trattare
come qualcuno voleva far pensare,
fu così che tornò a scioperare
anche colui che stava a lavorare.

Fu per qualcuno il colpo di grazia,
avea creduto di spaccarci l'ossa,
ma fu per lui una vera disgrazia,
qua non avrebbe più fatto una mossa.

Le ossa le avevamo proprio rotte
ma la vittoria allora fu totale,
da quella volta si son le parti edotte
per evitare di rifarsi male..

11-02-1981, da: Il Bastone e la Carota,

storia dell'altro secolo





















Mia nonna (20)


Mia nonna mi diceva (poveretta)
non devi mai rubare, dammi retta,
per la legge di Dio è gran peccato,
per la legge dell'uomo è un reato;
se ruberai andrai dritto all'inferno!
Invece ora chi ruba sta al governo.

Ti serve un copertone, dove vai?
Dal gommista non devi andare mai!
Ora si ruba sotto commissione,
il furto è diventato professione,
e, come le migliori professioni
ha centinaia di specializzazioni.

Lo scippatore ruba il portafoglio,
è truffatore chi ruba con l'imbroglio,
chi ruba il trono e un usurpatore,
chi ruba la fatica è sfruttatore;
se l'invasore ruba l'altrui suolo
taglieggiatore ti minaccia il duolo,
chi ruba in banca è lui rapinatore,
chi chiede il riscatto è rapitore,
il rubacuori ti ruba l'amore
chi ruba al fisco si chiama evasore.

L'invasore conquista la gloria,
l'usurpatore entra nella storia,
lo sfruttatore una posizione ottiene,
e l'evasore già sta troppo bene,
il taglieggiatore incute terrore,
il rubacuori gode a far l'amore,
il capomafia t'incute rispetto
ai ministri fa togliere il berretto.

Cara nonna, io t'ho dato retta,
non o niente, lo sai? Sono in bolletta,
lavoro sempre da mattina a sera
non vedo prospettive di carriera,
la vita mia sempre è stata dura
e ci pensi che grande fregatura
se quando sto alla fine il Padreterno
scordato avesse di creare l'inferno?!.....

da Il Bastone e la Carota





Gli uomini sandwich (19)


Là, nella steppa già scendono i fiocchi,
dentro la dacia i piccoli cosacchi
davanti al fuoco piantano i balocchi,
col vecchio Ivan fan na partita a scacchi:

Interminabile un documentario
scorre sul video del televisore,
fin quando, solito, ecco il notiziario;
ognun si ferma senza far rumore.

E' come sempre: -Qua tutto va bene,
il gasdotto procede senza intoppi,
nessuno eciopera, l'economia tiene. -
nulla di nuovo, scendon sempre i fiocchi.

Finite le notizie dall'interno
si sposta l'obbiettivo in "Occidente"
qui, un cronista fidato del goveno,
lamenta ogni sorta d'incidente.

- Caos del traffico, scioperi selvaggi,
bombe che esplodono, processi farsa,
scioperi della fame poi pestaggi.-
notizie vecchie che van via di corsa.

Ecco la novità della serata;
uomini chiusi da grossi cartelli
con su una scritta tutta colorata,
allineati, fuori dai cancelli.

Grave il commento: -Questi lavoratori
furono un giorno tutti delegati,
ora i padroni li cacciano fuori,
uomini sandwich li hanno trasformati.

In quel cartello attaccato al petto
portan la scritta: "Voglio Lavorare"
qua il lavoro ancor non è diritto,
e vai a fondo se non sai nuotare. -

Sotto la pioggia fredda, martellante,
restano immobili, la scritta si scolora,
spruzzan le auto nel correr suo, incessante
essi resitono, ora dopo ora.

Ciò che fa scandalo è vedere la gente
che non si cura di tale situazione,
passa davanti, resta indifferente,
quasi che ignori la manifestazione.

Da ciò colpito, il nostro cronista
blocca l'operaio con la tuta
che ad entrare s'appresta, lo intervista,
sperando che non faccia scena muta.

-Caro compagno, dove hai la coscienza?
Puoi tu entrare così tranquillamente
mentre l'amico, costretto all'astinenza
brama il lavoro? Non mi dici niente?-

Lesto risponde spalancando le braccia
quell'operaio con la tuta sporca;
-Non c'è mistero che noi qua si taccia,
noi per parlare non rischiam la forca,
sol che difficile è la spiegazione
veder coloro che mai mossero paglia
quando di lavorar c'era occasione
mai hanno usato martello o tenaglia,
or che per riposarsi son pagati
con i soldi della cassaintegrazione
di riposarsi si sono stufati
e reclamano d'entrare in produzione. -

Giunta alla fine è la trasmissione,
torna agli scacchi il piccolo cosacco,
pensando dentro se: -Chi avrà ragione?
Vallo a capire questo mondo matto!

Già la steppa sotto la neve è bianca,
in via del Mare la pioggia ancor battente;
"Voglio Lavorare" ormai si sbianca,
gli uomini sandwich non dicono più niente.

Feal 1983;
da: Il Bastone e la Carota





Il crepuscolo (18)


Quante volte faccio ciò che voglio
e quante invece faccio ciò che devo?
Uso vestirmi, vorrei essere spoglio,
ubriacarmi d'amor ma non ne bevo.

Tutto già scritto, tutto stabilito,
suona la sveglia, salto giù dal letto,
metto la tuta come fosse un rito,
la colazione consumo di getto.

Spazia la mente ed il pensiero vola
tra verdi boschi, un lago cristallino,
ne traffico, ne smog, ne una parola,
s'odon lievi cader aghi di pino.

Svegliati! Non sognare! Si fa tardi!
Mi scuote crudo il caos cittadino,
processioni di auto, ovunque guardi,
portan matricole di cartellino.

Numero cento, cinquecento, mille,
ritorna ognuno all'opra sua di ieri,
mai un banchiere ad infornar ciambelle,
ne un minator vedere il sole speri.

Ah!! L'immensità glaciale dell'Alaska,
dove l'alba si ferma, non ha fretta,
dove nulla d'impuro c'è che guasta,
perdermi in te vorrei, ma già m'aspetta
rumor di macchine in officina tetra,
le stesse mosse, giorno dopo giorno,
avanti non si va, ne mai s'arretra,
le stesse facce a girarti intorno.

Ah!! L'oceanico, infinito azzurro
dove il sol nasce in acqua e in acqua muore,
udir puoi far delle stelle il sussurro,
in te volar farfalla fa rumore;
quando dell'ira monti la tempesta
come a voler colpire chi ti viola,
orche, delfini culli sulla cresta,
riassesti il letto, tiri le lenzuola.

O, tu perpetuo eri, sei, sarai,
io sono un punto che poi si cancella,
goccia nel mare torbido di guai,
che si dimena per restare a galla;
mescermi in te vorrei ma la sirena
da sulle nubi mi rigetta a terra,
dove s'è vuoti pure a pancia piena,
dove chi vuol la pace fa la guerra.

Che vita muoia o vita nuova nasca
Tu, verde-azzurro oceano infinito,
e voi ghiacciai eterni dell'Alaska
che del creato coglieste il vagito
del creato l'agonia vivrete.
Il delebile punto, pur minuscolo
sarà fatale un dì, voi lo sapete,
in aria spira vento di crepuscolo.

Dice di amarvi eppure vi avvelena,
parla di vita, uccide, brucia, inquina,
d'arme di missili già terra n'è piena,
forse mai più si salirà la china.

E' lui mortale e la morte teme,
ama la vita ma la morte cova,
ahimé è potente, se bottone preme
nell'universo più scheggia si trova.

Resterà solo pulviscolo atomico,
nulla più che ricordi la materia,
attimo folle, lampo supersonico,
gioie, dolori, ricchezza, miseria,
amore, odio, follie, passioni,
i secoli scolpiti della storia
scompariranno assieme alle illusioni,
nel cosmo intiero svanirà memoria.

Io, sono labile, e, se pur non voglio,
sono superbo e purtroppo devo;
punto venefico, saturo d'orgolio,
del pianeta cancellerò ogni evo.

1981; da: Il Bastone e la Carota.


martedì 24 novembre 2009

L'attaccapanni (17)


Andavo ad imparare la dottrina
di domenica, quand'ero bambino,
ad insegnarci era una signorina
che ogni volta ci dava un bollino.

Quello rappresentava la presenza;
era importante accumularne tanti
per potere aver la precedenza,
scegliere i doni prima di tutti quanti.

E venne finalmente il grande giorno,
un grosso abete s'erigeva in chiesa
pieno di doni appesi, e tutto intorno
noi ragazzini in trepidante attesa.

C'erano in fila, sulla balaustra,
dieci splendide carrioline rosse,
allineate, messe in bella mostra,
speravo tanto che una mia fosse.

Di sicuro non ero mai mancato
ed eran pochi con tanti bollini,
perciò presto m'avrebbero chiamato,
anche se tanti erano i bambini.

Arrivò il prete ch'era presidente
della giuria che cnsegnava i premi,
cominciò a chiamare, finalmente,
tutti tacquero, tutti furon buoni.

Uno...due...tre...Quando mi tocca?
Le carriole calavan piano piano,
quattro, cinque, avevo il cuore in bocca,
non mi chiamava, mi pareva strano.

Intanto le carriole eran disciolte
ed alla rabbia s'unì la sorpresa
veder chiamare chi, per poche volte,
la domenica s'era visto in chiesa.

I giocattoli erano già finiti,
i fortunati uscivano in gran fretta,
quelli rimasti eravamo avviliti,
da sceglier c'era qualche saponetta.

In cima all'albero, un poco nascosto,
c'era un attaccapanni appiccicato,
pensai allora, speriam che almeno questo
non venga scelto, non venga notato.

Giunse il mio turno, allor, quasi raggiante,
mi volsi al prete: -Voglio quello lassù!-
Ero povero, sì, ciononostante,
la saponetta non mi andava giù.

Triste, abbacchiato ritornai a casa,
sembravo un cagnolino bastonato,
mia madre finse d'essere sorpresa
e disse che ero stato fortunato.

Capii che mi voleva consolare,
ma da allora mi nacque l'opinione
che dei preti non ti devi fidare,
anche loro non san la religione.

da: Il Bastone e la Carota