giovedì 26 novembre 2009

Lettera al pres. Pertini (26)


Volesse il ciel che mai giungesse l'ora
ma tu lo sai, bisogna un dì morire,
prego il tempo che ti preservi ancora
ed il mandato tuo possa finire.

M'inchino a te, compagno presidente,
sei stato il primo ad uscire dal tempio
per ascoltare la povera gente,
goccia di speme pur tra tanto scempio.

Quando mettesti il piede al Quirinale
qualcuno disse: -Ma sì! Tanto è vecchio!-
hai dimostrato che l'età non vale,
a quel qualcuno gli rode parecchio.

Sei sempre stato in prima persona
anche se stanco, nel bene o nel male,
a fianco dell'Italia tua, più buona,
con lo spirito giovane e gioviale.

Sei stato padre prima d'esser figlio
di questa Italia, i giovani lo sanno,
hai conosciuto galera ed esilio,
ma mai tu t'inchinasti al tiranno.

Se un potente ritenesti indegno
non accettasti d'essere ossequiato,
mai come ipocrita nascosto hai lo sdegno,
ma sempre schietto ti sei comportato.

Questa è una dote oramai sepolta
per chi il potere brama e poi conquista,
è più facile adeguarsi ogni volta
qualunque sia il vento oppur la pista.

Ti rivedo con Zangheri a Bologna
quando i ministri furono fischiati,
si scandalizzarono; vergogna!............Strage alla stazione
Di Catanzaro non si son scandalizzati..Processo Strage P.Fontana

Ti rivedo in mezzo alle macerie
del terremoto, prima dei soccorsi,
poi denunciar carenze e miserie
senza platonici o enfatici discorsi.

Ti rivedo nell'abbracciar le spose
o le madri dei tanti militari
spenti da chi fuori legge si pose,
d'oscure trame, crudeli sicari.

Più limpido ancora ti rivedo
marmoreo, la notte a Vermicino
nell'aspettare il piccolo Alfredo
con la speranza in cor sino al mattino.

Dall'emigrante tu ricevi ascolto
perché lo sai che sia essere tale,
dagli studenti tu sei bene accolto
perché tu mai li giudicasti male.

Questo popolo non si fa inquadrare,
sa battere le mani e sa fischiare,
sa esser giudice e sa lavorare,
se serve sa soffrire e sa lottare,
ma l'han guidato sempre dei governi
che mai per esso furon servitori,
ministri faccendieri, padreterni,
incompetenti o succubi ai signori.

Questi hanno sempre la solita arroganza,
abbian la camicia bianca o nera,
il loro sogno è bloccar a contingenza,
ruban miliardi e non vanno in galera.

Intanto chi fatica, chi lavora,
e mantenere deve una famiglia,
sognar non può d'avere una dimora
ciò che guadagna la società si piglia.

Popolo di santi e di scienziati,
di poeti e di navigtori,
ma pur di giovani che son disoccupati
e braman d'essere dei lavoratori.

I giovani che già la droga brucia,
in maggioranza sono ancora sani,
se non sapremo infondergli fiducia
saranno tanti a bruciare domani.

L'ultimo stadio del capitalismo
è la violenza che già tanti ne arruola,
deliquenza comune o terrorismo
diventeranno l'alternativa sola.

Io sono operaio, non son niente,
ma ciò che dico lo dicono tanti,
è mai possibile caro presidente
che siano sordi i nostri governanti?

Tu spronali che puoi, dagli una spinta,
non far che s'addormentan sugli allori,
fagli vedere che hai ancor la grinta;
saremo tutti tuoi sostenitori.

Luglio 1981
da: Vita e Lavoro






Nessun commento:

Posta un commento